Armonica Mark

Autori: Chard

Realizzato il: 2007-11-04

Il mio nome è Mark, sono un mantenuto dello stato americano.
Vivo con l’assegno di disoccupazione e con la pensione d’invalidità.
Ho perso entrambe le braccia in un incidente d’auto all’ età di 26 anni.
Da allora, o meglio dall’età di 27, quando sono uscito dall’ospedale, vivo in una specie di comunità auto-gestita.
Nella comunità siamo tutti disoccupati e campiamo con quel poco che arriva dal glorioso stato americano.

Quel poco che passano al mese, basta appena per l’alcool e per le sigarette.
Dopo l’incidente, ho intrapreso un processo interminabile, per ottenere dall’assicurazione un risarcimento che mi consentisse almeno di vivere in maniera dignitosa la mia condizione di invalido non-autosufficiente.
Ovviamente la legge non è uguale per tutti e per questo motivo, ma anche per il fatto che il guidatore dell’altra auto, miracolosamente illeso e responsabile dell’incidente, era il figlio di un ricco petroliere texano, il processo si era concluso a mio sfavore, e mi era stato riconosciuto solo un piccolo indennizzo che mi arrivava mensilmente.
Per fortuna, vendendo le poche proprietà che avevo, ero riuscito a pagare la parcella dell’avvocato, evitando così di indebitarmi.
Dopo aver venduto le ultime cose, mi ero trasferito immediatamente nella comunità, della quale un conoscente faceva parte.
Qui mi sentivo a casa e venivo aiutato dagli altri membri, nei miei bisogni. Provate ad immaginare quanto sia difficile qualsiasi piccola cosa, senza le braccia.
Così c’era chi mi aiutava a vestirmi, chi mi aiutava ad alzarmi, chi mi aiutava ad andare in bagno, chi a lavarmi, chi a mangiare; e io ricompensavo queste persone con alcool e sigarette comperati con gli assegni statali. Le cose sembravano andare bene, tutti erano disponibili e io li ricompensavo adeguatamente e generosamente.

Poi però, nonostante mi facessi bastare i pochi soldi che avevo, i miei compagni e benefattori, cominciarono a farmi pesare la mia invalidità e il fatto che loro dovessero sempre occuparsi di me.
Mi sentivo terribilmente in debito.

Fu così che, quando uno di loro, non ricordo di preciso chi, mi fece la proposta di andare a mendicare, accettai.

Quella di mendicare era una cosa che non sopportavo, però mi sentivo così in colpa che mi pareva l’unica cosa da fare. In questo modo avrei potuto guadagnare qualcosa in più per poterlo dare ai miei “benefattori”.

“Dopotutto sono un tronco d’uomo, cos’altro potrei fare, se non fare pietà alla gente…?”

Le prime volte fu davvero umiliante, stare a lato delle strade, su marciapiedi, o nei viali pedonali. Poi ci ho fatto l’abitudine, agli sguardi della gente, alle loro risatine e alle frasi di scherno.

C’era una cosa però che non sopportavo: starmene lì tutto il giorno senza fare niente; avrei voluto fare qualcosa per meritarmi anche i pochi spiccioli che la gente lasciava. Non mi piaceva fare soltanto compassione.

Allora un giorno, di ritorno dalla strada, esposi questo mio problema ad uno dei miei compagni che mi era venuto a prendere. Gli dissi che volevo davvero fare qualcosa.
L’unica idea che mi sembrò buona, fra quelle che la sera vennero fuori da tutti, era quella di suonare l’armonica.

Non ci avevo mai capito niente di musica, io, ma mi sarebbe sempre piaciuto capirne. Così quel mese comprai una bottiglia in meno e qualche sigaretta in meno, e mi feci procurare un’armonica ed un sostegno metallico per poterla mantenere in posizione, davanti alla bocca.
Un compagno mi aiutava la mattina ad indossare, oltre ai vestiti, questo supporto e posizionava l’armonica, seguendo le mie indicazioni.

Da allora, quando sono per strada, suono l’armonica, suono seguendo la musica nella mia testa. Suono e mi sento meglio, perché mi sembra di stare guadagnandomi i soldi che mi tirano.

Mi faccio chiamare “Armonica Mark”, sfruttato ma contento.