Fuckin' Hell

Autori: Keko

Realizzato il: 2007-10-26

Suoni metallici espansi al collasso psicotico dalla dilatazione pigra di un 78 giri Pathe inviso al tempo.
Tra scarti di cibo mal assaporati, stoviglie corrose d'accidia cronica, miriadi di blatte e ricordi pascolano in un lavabo indegno. Sudicio clone di posacenere che, affogati in resti di nevrotiche Lucky Strike, ammorbano l'aria.

"....Yeeooo, standing at the crossroad try to flag a riiiiiide...."

Sul pavimento, a celare bollette non pagate di epoca precambriana e flaconi di Tavor precocemente svuotati, si accumulano le ultime lacrime di soffitto, svelando il nudo, giallo cianotico d'una perversa umidità, mentre Cars Hyss By the Window, rombando.
66 metri quadri di sporca claustrofobia, 4 mura emicraniche ammorbidite solo da locandine psicotrope della Summer of Love, unica sorgente colorata in autismo bicromatico.

"....Standing at the crossroad babe eee eee eee, rising sun going dooooown..."

Uno squillo squarcia l'agonia. Telefono:

-Pronto!?

-Pronto Belane!!!! Figlio di puttana dove sei finito!!!??? Son 15 giorni che aspetto quel pezzo...non ti pago per dell'onanismo da divano!!!!

-Quasi Mick...quasi...è un pezzo d'introspezione..cazzo dammi una settimana, al massimo du...

-Cosa!!!! Ficcatela nel culo la metafisica Belane!!! O domani mattina quel pezzo è sulla mia scrivania o tua madre sarà costretta a regararLa per mantenerti!!!!

-Fanculo Mick...cazzo è morta da neanche tre giorni...un minimo di risp...

-Tua nonna allora!!!! Chiudo!!!

Mi svegliai gia battuto, depresso. Persino lo specchio si rifiutava di riflettere le enorme borse nere sotto gli occhi. Dal braccio destro un rigagnolo scarlatto. Postumi dell'ultimo grammo. Non riuscivo a defecare. Nemmeno con la foto della mia ex. Il gatto beffardo sul tetto che vedevo dalla finestra si. Io no. Mi alzai e pisciai. Non c’entrai la tazza. Mi ributtai sul divano. Dalla finestra il sole disegnava strani giochi sul ventre. Un bisonte che insegue un uomo. Io ero quello. Adesso un coniglio in fuga. Mi prudeva anche il buco del culo. Emorroidi? In bocca il sapore del latte acido al cloroformio. Ero disgustoso.
Al di la delle crepe del muro, miliardi di esseri inutili affannati nei loro sporchi traffici.

Mi riaddormentai sperando che esplodesse il mondo. Ma non avvenne.

"....You can You can run tell my friend Willie Brooooown..."

Ora solo otto ore mi separavano dalla scadenza. Otto ore in cui procacciarmi un mese di stipendio. Un altro mese d'inferno. Altri 30 giorni per riflettere su 30 anni. Inutili.
Il foglio rimaneva li, la penna lungi dallo scrivere. Ero troppo lucido.
100mg di Cloropromazina, 2 compresse di Prozin ( la 3 mi cadde sulla merda del cane), 10 gocce di Valium in un bicchiere sporco di Jack Daniels. Con tante grazie al mio strizzacervelli, le cose iniziavano a girare. E per il verso giusto.

"....Lui tanto per cominciare. Non aveva la più pallida idea di che cazzo stesse facendo, senonchè lo intrippavano il rhytm 'n' blues e Dylan e che ha scoperto come far uscire tutti quei strani suoni dalla sua chitarra. E' stato li che le cose hanno incominciato a confondersi. Una sera stava facendo una jam galattica sul palco del Fillmore, suonando l'equivalente di una gara di motocross sugli anelli di Saturno..."

Poi buio. Black out cerebrale e schianto a terra. Like a Rolling Stones.
Fluttuante in un panegirico iridescente, in una lotta schizofrenica, nelle perversioni di Tolkien, nelle allucinazioni fiabesche di Carroll, contemplavo il mio collasso. E ne ero felice. Una dittatura policromatica mi invadeva le retine, miriadi di luci e colori si paventavano davanti agli occhi.
Le pareti ridevano laconiche e cangianti. Io lo sapevo e ne ero orgoglioso. Un tepore sulla guancia: saliva.

“…I went to the crossraod babeee…”

Mi ridestai, in testa ninna nanne per bulldozer, vomitai e mi asciugai con una cartella del fisco non pagata.
Ero a pezzi e con la merda del cane sui pantaloni. Le blatte, dal lavandino ridevano di me. Come le pareti.

“Devo sbarazzarmi di quel bastardo!”

- Tu non l’hai mai avuto un cane, Belane

Non avevo parlato, non avevo emesso un suono, il tutto era rimasto ben all’interno del mio cranio.

- Che diavolo era!? Che cazzo succede!!!

- Esatto Belane

Non avevo notato fino a quel momento che nella stanza, dopo che ebbi ripreso i sensi, era invaso un aroma di tabacco, non tabacco comune.
Era l’odore della mia infanzia. L’odore di mio nonno. L’odore del Virginia Bright. Fuori produzione da quasi 30 anni.

- Esci bastardo!!! Vieni fuori!!!

Nulla. Come era apparsa quella voce pareva fosse sparita. L’orologio segnava le 6. Fuori, il cosmo si preparava ad un altro giorno inutile. Inutili 2 ore alla mia scadenza.
Dall’angolo vicino al grammofono un ombra si mosse.

- Io non ho fretta…

In preda al panico scivolai e finii contro la collezione di LP che tenevo alle mie spalle.
Ore ed ore di collezionismo nevrotico compulsivo nel cesso, non solo l’ordine cronologico, ma anche la loro voluta antiteticità andavano a farsi fottere irrimediabilmente. In ognuno degli scaffali, divisi per decadi, ogni album faceva a pugni col dirimpettaio: Let It Bleed degli Stones smontava l’acerrimo Let It Be, Psychotic Reaction si prendeva gioco della ben celata vacuità degli Yardbirds in Having a Rave Up, facendone il verso e via dicendo.
Tutto in culo.
Tolsi lo stupido faccione plastificato di Lennon dal mio e lo riposi ad insultarsi al fianco di Alice Cooper e mi riappropiai del terrore.

- Stavo dicendo, Belane, che il tempo non mi sospinge affatto, che l’affare per il quale sono venuto non è per nulla urgente…in breve posso benissimo aspettare che tu abbia finito il tuo pezzo.
Nero. Era negro.
Dietro il fumo di una squallida sigaretta arrotolata frettolosamente, blindato in un doppiopetto alla Sammy Davis Jr., un nero sulla trentina.

- Che cazzo vuoi?

- Nulla che per te o per i tuoi cari susciti ancora un vago motivo d’interesse.

La fine. Allucinazione o cruda realtà che fosse, delirio psicotico o squisita epimanifestazione chimica, avevo chiuso. E per sempre.
E non me ne importava nulla.

- Perché dovrei accettare?! Fuori di qui negro prima che arrivi qualcuno a fracassarti!! Sparisci!!

Inutile. Le mie parole lo trapassavano come aria. Dalla tasca estrasse un libretto in nero cuoio e lo pose accanto al mio foglio vergine: Rituel Catholic in lettere bianco latte.

- Il normale dispiegarsi degli eventi, in altre parole, se vuoi, il vostro tanto conclamato libero arbitrio ne ha già scritto la conclusione. Come vedi, Belane, non esiste alcuna possibilità di scelta. Semplicemente l’hai già fatta.
La sua atonalità mi dava sui nervi. Afferrai il foglio e feci le uniche due cose che mi avevano mantenuto in vita fino ad allora: scrissi e mi bucai come mai avevo fatto prima.
350g di Brown Sugar, e non appena la dose da elefante mi consegnò al mondo dell’endorfina, impiastricciai il foglio con rigagnoli d’inchiostro come il mare che sbatte contro una diga. Ero un plenilunio in una notte d’agosto. Il Faust del terzo Millennio.
Mi compiacevo del mio giorno, del mio io, della mia creazione.
Ogni nuova riga era un inizio e non aveva nulla a che fare con le precedenti.
Si ricomincia daccapo ogni volta.
Scrivendo non si perde mai.
Un’altra riga ancora…

Quel negro rideva, fumava e rideva seduto accanto a me durante l’atto creativo, un binomio maledetto in una grigia e monotona alba.
Tatto e udito furono i primi sensi ad abbandonarmi, seguiti immancabilmente da gusto e olfatto; di li a poco anche la vista e gli ultimi cocci del mio sistema nervoso avrebbero avuto stessa sorte.
Inutili secondi in cui i miei occhi ridotti ormai a spilli si posarono sul libretto accanto a me. Il colore dei caratteri adesso era rosso fuoco, scarlatto…le lettere andavano a ricomporsi secondo un ordine diverso, diabolico. Ora sulla copertina trionfava un altro titolo: Register Inferi. Il negro rideva. Le blatte ridevano. Le pareti ridevano. E io con loro. Sul tavolo, su un foglio:

“…la cosa peggiore è che si sono persi la botta più grossa di tutte, la cosa che per me è stata cosi scoraggiante: il fatto che vedevo che stava per finire tutto. Ci deve essere qualcos’altro. Perché una cosa che ho imparato mentre mi uccidevo lentamente era che un casino di quella roba era semplice urlo e furore che avevamo alzato come polvere per nascondere il fatto che stavamo perdendo le emozioni, o quantomeno la capacità di trasmetterle…”

Dal grammofono nell’angolo buio un gracchiare arrugginito continuava a riempire la stanza:

“Standin at the crossroad babe
eee eee eee, risin sun goin down
I believe to my soul now,
Poor Bob is sinkin down”