Il muro del coraggio

Autori: Chard

Realizzato il: 2007-10-18

Da tempo ero riuscito ad uscire dal tunnel del gioco d’azzardo, ma il vizio c’era e così per divertirmi scommettevo con gli amici su cose assurde, tipo se sarebbe entrato dalla porta del bar un maschio o una femmina, ma sempre senza puntare del danaro.

Si scommetteva ad esempio su quanti starnuti avrebbe fatto il tipo raffreddato seduto al tavolo nell’angolo, oppure su quante birre sarebbero servite a “Joe lo Sbronzo” per cominciare a ridere senza sosta.
Chi vinceva la scommessa poteva far fare agli altri o all’altro, ciò che voleva. Il più delle volte, questa stipulazione si risolveva con la richiesta con la richiesta di pagare da bere a tutti. Che nel bilancio di una giornata di scommesse non era per niente male, soprattutto perché io vincevo spesso.
Ce l’ho sempre avuto il fiuto e non l’ho mai perso. Si può dire che con la fortuna ero bravo, se di bravura si tratta.
Quelli bravi come me, vincono spesso e può anche capitare che vincano bene, ma quando perdono, perdono di grossa.

Così, non ricordo nemmeno più in che assurda scommessa, persi, ma persi contro quasi tutto il bar.
Erano troppi, non potevo permettermi di pagare da bere a tutta quella gente, così scelsi “l’alternativa”.

Dovete sapere che fin dai tempi in cui avevamo iniziato quel “gioco”, io per primo mi ero battuto contro quelli che si rifiutavano di fare ciò che era stato chiesto loro in seguito alla perdita.
Così avevo contribuito a stabilire per questa categoria, un’ alternativa così indesiderata, che finirono per obbedire a ciò che veniva loro imposto.

Solo una persona, a mia memoria, aveva scelto “l’alternativa” ed era tragicamente morto nel tentativo, ma questo non ci aveva convinto a cambiare “l’alternativa”, anzi, ci aveva fatto capire che nessuno di noi avrebbe più avuto il coraggio di rifarlo.

Avevo chiesto e ottenuto qualche giorno per sistemare alcuni affari, e poi mi ero ripresentato al bar, pronto per misurarmi ancora una volta con la sorte, come già tante volte in passato avevo fatto.

La “prova alternativa”, così temuta e così letale, era un evento più unico che raro. I più giovani del bar, non c’erano ancora quando “lo Smilzo” ci lasciò le penne, erano eccitatissimi all’idea di vedere per la prima volta l’evento che avevano sentito raccontare così tante volte.

Prima di uscire per recarci tutti insieme sul luogo della prova, guardai intensamente la foto dello Smilzo appesa alla parete dal bar come ricordo e come monito.

Come un corteo funebre, quasi fossi condannato a morte, ci recammo verso il ponte delle vergini, sul fiume che attraversa la città.
L’acqua scorreva lenta e svogliata più di quindici metri più in basso, mentre io la guardavo dal lato del ponte verso monte.
La corrente del fiume non era il maggiore dei problemi, ma era il salto a spaventare. Era stato fatale anche per lo smilzo, soprattutto perché non c’era più di mezzo metro d’acqua il giorno che lui aveva saltato.
Quel giorno invece di acqua ce n’era un po’ di più, perché quello era stato un mese di precipitazioni eccezionali.
Prima di saltare chiesi un ultimo goccio, era ancora mattina e io di mattina bevo solo scotch.

Salutai tutti, amici di una vita e salii sul parapetto.

Gli ultimi pensieri prima di buttarmi, alla famiglia, lasciata anni prima, dopo avere perso anche la casa, scommettendo ai cavalli.

Saltai…

Mentre mi avvicinavo all’impatto, vedevo una figura sul pelo dell’acqua, pensavo che fosse il mio riflesso. Poco prima di impattare con il muro d’acqua, nell’immagine riflessa vidi il volto dello Smilzo e credetti di sentirlo dire: “Ce l’hai fatta…”

Poi buio.

Nel buio ancora una voce: “Ce l’hai fatta…”

Con mia sorpresa, potevo respirare, non riuscivo ad aprire gli occhi, ma potevo respirare.

Quale prodigio? Lo Smilzo era vivo e io potevo respirare sott’acqua…? Non poteva essere reale, dovevo essere morto e già nell’aldilà.

Ancora una voce: “Ce l’hai fatta…”

Sentivo qualcosa che mi percuoteva il viso, allora aprii gli occhi.

Con sgomento mi accorsi di stare sdraiato sull’argine del fiume, intorno tutti gli amici che mi ripetevano: “Ce l’hai fatta…”

Il pomeriggio stesso la mia foto fu appesa sul muro del bar, vicino a quella dello Smilzo. Da allora, su quello che venne chiamato “muro del coraggio”, alla sinistra del bancone, trovate due facce sorridenti che vi accolgono.
Da quel giorno venne eliminata dal nostro passatempo preferito la prova alternativa, ma di certo non si perse il ricordo di quello che era stato.
Molto spesso nei momenti di noia, qualche giovane mi offre uno scotch e mi sta a sentire per ore mentre racconto dello Smilzo, della prova e della mia storia.