Illusione

Autori: Chard

Realizzato il: 2008-03-18

D’improvviso mi ritrovai a volare ad almeno dieci metri d’altezza, vedevo sotto di me una scena che si svolgeva. Mi sembrava di stare dentro ad un vecchio videogioco in due dimensioni i cui personaggi sembravano tante formiche. C’era qualcosa di strano nella scena sotto di me: ero sopra ad un campo di grano, tutto uguale e uniforme. La cosa strana della scena era un puntino scuro che si muoveva in mezzo all’erba alta, scesi di un paio di metri, ma non so dirlo con esattezza. L’immagine si fece un po’ più definita. Decisamente si trattava di un uomo, che avanzava a fatica. Dall’alto potevo vedere i capelli, di un castano chiaro, che poco si discostava dal bel dorato del campo di grano.

Decisi di seguire quel tizio, volandogli dietro, a distanza, per non farmi vedere. Poco dopo il tizio nel campo alzò lo sguardo verso il sole, asciugandosi la fronte, madida di sudore. Fu in quel modo che riconobbi dei lineamenti a me famigliari: era come guardarsi allo specchio, ma uno specchio magico, ringiovanente. Infatti quello sotto di me, nel campo, ero proprio io, ma quell’immagine risaliva a qualche anno prima, ero più giovane.

Quella scoperta mi mise addosso ancora più curiosità e ancora più stimolo per continuare il mio pedinamento. Il campo di grano finì poco dopo e nell’uscire dalle alte spighe il giovane me inciampò. Cadde pesantemente ma per sua fortuna l’erba era soffice e attutì la caduta. Nel rialzarsi, notai l’abbigliamento, piuttosto inadeguato alla stagione: indossava abiti pesanti che facevano a pugni col caldo sole che riscaldava quella giornata. Sembrava però non essere un problema per lui, infatti anche se si asciugava la fronte piuttosto spesso, non aveva ancora pensato di togliersi qualche capo di abbigliamento.

Rialzatosi, si diresse verso un albero isolato, che prima non avevo notato e sembrava comparso dal nulla. Arrivato si accasciò all’ombra della folta chioma per trovare un po’ di ristoro. Io ne approfittai per appollaiarmi come un uccello sul ramo centrale e continuai a seguire la scena sottostante.

Mi distrassi un attimo per allacciarmi una scarpa e quando ritornai a guardare in basso, vicino al tronco dell’albero, scorreva piccolo ruscello, stretto ma vivace. Non mi ero accorto di quel rigagnolo, forse perché prima ero troppo in alto.
Il giovane me stesso, si specchiò nel corso d’acqua e si sciacquò il viso con entrambe le mani. Non c’è che dire, era stato fortunato a trovare riparo dal sole e ristoro dal calore, così, all’improvviso e in una volta sola.
D’improvviso mi accorsi che il letto del fiumiciattolo si stava allargando e il flusso d’acqua aumentando. Non solo questo, ma anche l’acqua stava cambiando colore e si stava tingendo di porpora. Sembrava un enorme fiume di sangue.
A quel punto il giovane me era immerso per metà de corpo in quella miscela liquida. Era ancora saldo sotto all’albero, ma vi sarebbe rimasto ancora per poco, visto che la corrente metteva a dura prova il suo equilibrio.
Avrei voluto intervenire, ma ero come paralizzato, non riuscivo a muovere nemmeno un muscolo e potevo solo stare a guardare.

Poi la corrente ebbe la meglio e il giovane me cominciò a scendere lungo il corso del fiume, ribaltandosi e riuscendo a stare a galla a fatica. Allora l’albero sparì e io mi ritrovai di nuovo a volare e a seguire la scena dall’alto.
Dalla mia posizione preferenziale, vidi che la corrente d’improvviso cessava e l’acqua si prosciugava. Il mio giovane alter ego si trovava ora riverso nel bel mezzo di una spiaggia deserta.

Non vi era un preciso nesso logico tra tutti gli accadimenti che avevo visto fino a quel momento e questo mi innervosiva.
Ma evidentemente non era ancora il momento di farsi domande o stupirsi, perché la scena che fino ad un attimo prima mi sembrava statica e definitiva, riprese il suo dinamismo. La sabbia della spiaggia iniziò a muoversi come spinta dal vento. Iniziò a girare attorno al corpo steso e formò una specie di vortice. Una tromba d’aria, lenta, che però invece di svilupparsi verso l’alto, prese la direzione opposta, creando una voragine il cui centro esatto era il malcapitato inerme.
Il corpo pesante iniziò a scendere, girando, in cerchi sempre più stretti e senza opporre alcuna resistenza. La sabbia a quel punto si liquefece e cambiò di colore. Il corpo era immerso in un fluido denso, colorato con tutte le tonalità dell’iride che si mischiavano e si confondevano una nell’altra. Il corpo galleggiava, continuando il suo percorso a spirale e il fluido sembrava scivolargli addosso, o meglio era lui che sembrava scivolare su quel liquido, senza che questo lo bagnasse o lo colorasse.

Poco dopo alla fine del gorgo colorato si fece vedere una luce bianca. Dapprima solo un puntino, poi sempre più grande, come se si stesse avvicinando la fine di quella caleidoscopica caduta.
Non volendo correre il rischio di trovarmi troppo lontano da colui il quale stavo pedinando, cominciai anche io ad abbassarmi verso il centro del gorgo. Scendendo volli toccare con mano quel liquido denso, così invitante. Pensavo che al tatto fosse materia plastica e viscida, che sarei riuscito solo a sfiorare.
Così allungai la mano e, con molta sorpresa, la immersi fino al gomito in quella gelatina. Appena ebbi il contatto mi accorsi che quel fluido era caldo ed emanava un aroma rilassante. Allora mi venne l’insana voglia di assaggiarlo, ma quando tentai di ritrarre il braccio non vi riuscii. Ero bloccato, come se si trattasse di cemento a presa rapida. Sensazione bruttissima che poco dopo peggiorò, quando sentii una forza misteriosa tirarmi verso il basso e non avevo vigore sufficiente per potermi opporre. Stavo per essere risucchiato in quel viscoso nettare multicolore, ma lo stesso riuscivo a rimanere tranquillo, anche grazie all’aroma dolciastro che entrava nelle mie narici. Intanto con la coda dell’occhio vidi che il corpo del mio giovane alter ego era giunto alla fine della sua discesa e stava cadendo nella luce bianca. Avrei voluto vedere dove conduceva quel passaggio luminescente, ma la misteriosa forza mi stava conducendo nella direzione opposta.

Ad un certo punto decisi che era inutile opporsi a forze troppo grandi e abbandonai ogni speranza.
Bastò quel istante di esitazione e subito la forza prevalse. Con un grosso tonfo feci un tuffo forzato nell’etereo fluido. Mi era sembrato caldo e accogliente e per questo non mi ero fatto tanti scrupoli a mollare la presa, ma ora tutto d’un tratto mi accorsi che era solo un’illusione.

Il liquido si fece gelido e cominciò ad entrarmi in bocca, scendendo verso i polmoni.
La sensazione era quella di mille lance che tutte insieme mi trafiggevano il corpo.

Un ultimo spasmo.
Poi più niente.