La via d'uscita

Autori: Chard

Realizzato il: 2009-03-01

 

Quando entrai a fare parte di quel organizzazione che ora mi stava dando la caccia, sapevo benissimo che esistevano delle regole rigide e inviolabili, la prima delle quali era quella di non poter lasciare l’organizzazione stessa a meno che non fosse il capo a deciderlo. Io l’avevo infranta.

Esistevano vari tipi di punizioni a seconda del tipo di regola che si trasgrediva. Io purtroppo l’avevo fatta grossa, sfidando apertamente colui che deteneva il potere. Immaginavo, anzi sapevo con certezza quello a cui sarei andato incontro ma da buona persona educata avevo provato a chiedere di potermene andare con gentilezza, vedendomi negato il permesso in malo modo. Trovo stupido oltre che inutile concedere formalmente la possibilità di lasciare l’organizzazione, per poi negare sistematicamente questo diritto.

Non potevo continuare con quella vita, dovevo darci un taglio.

Così decisi di darmi alla fuga, sperando di avere più fortuna degli altri disperati che ci avevano provato prima di me. Non riesco a dire su quali basi mi sentissi più capace dei miei predecessori, ma mi capitava spesso di pensarla a questo modo. Ovviamente mi sbagliavo e già il giorno successivo mi accorsi di essere pedinato.

L’unica possibilità che avevo era quella di spostarmi in continuazione, sperando di vincere la sfida in costanza e pazienza aspettando che si stancassero di darmi la caccia e si dimenticassero di me.

Illuso. Ero solo un illuso.

Infondo al cuore sapevo che non sarebbe mai successo e infondo allo stomaco provavo anche lo strano sentimento di lusinga per le attenzioni che mi venivano date.

Prima o poi però il gatto riesce a prendere il topo perché è più furbo, più grosso e soprattutto potente. Nel mio caso l’inseguimento si concluse abbastanza presto, dimostrando l’evidenza del mio essere un topo molto lento e molto stupido. Direi che entrambi gli aggettivi potevano calzare a pennello. Ho sentito di fuggitivi che continuavano ad avere successo a distanza di anni. Io invece mi credevo più furbo: il fatto di avere cambiato paese, lavoro e identità mi faceva sentire sicuro e così decisi, dopo un paio di mesi in cui non ero stato spiato, pedinato o minacciato (o almeno così credevo), di cominciare a lavorare come inserviente in un ristorante. Non che fosse la mia aspirazione ma mi servivano soldi, anche se nella mia latitanza mi concedevo certo pochi lussi. Pensai che un lavoro di bassa responsabilità mi avrebbe consentito allo stesso tempo di passare inosservato. Ovviamente lo spettro dell’organizzazione non smetteva di tormentarmi, ma ormai attribuivo solo alla mia paranoia i casi in cui mi sentivo osservato o spiato, confidando nella mia astuzia. Mi resi conto solo in seguito di quanto mi sbagliassi.

Non mi ero reso conto che quel lavoro modesto, mi faceva si rimanere nell’ombra, ma nello stesso tempo mi teneva fermo sempre nella stessa ombra. Sapevo che le storie di quelli che erano riusciti a farla franca per molti anni narravano di epici peregrinagli nei luoghi più sperduti ed esotici. Io stavo facendo il contrario. Fermo in uno stesso ristorante di una grande città da oltre due settimane. Senza che me ne rendessi conto arrivò la sera in cui tutte queste cose mi apparirono più chiare che mai, dimostrando la mia stupidità.

Come le altre sere, stavo lavorando al ristorante, lavando il pavimento della cucina. Entrò il direttore di sala e mi disse bruscamente: “Ehi, tu. Qualcuno ha vomitato al cesso. Muoviti, vai a pulire!”

Ormai avevo fatto l’abitudine a quei modi irrispettosi, ma sopportavo in silenzio perché nella vita precedente anche io avevo trattato a quel modo la gente che ricopriva il ruolo che ora era mio. Non si può dire che fossi contento di andare a pulire quello schifo, ma mi era indifferente più di quanto avessi mai pensato. Non immaginavo certo che il mio adattamento a quel lavoro sarebbe stato così veloce e facile.

Presi il secchio e la ramazza e mi avviai verso il bagno.

 

 

Ero stanco di fare quel lavoro. Lavorare per l’organizzazione era davvero una merda, avrei preferito fare qualsiasi altra cosa. Avrei fatto perfino l’inserviente come il tizio a cui ero stato assegnato. Di certo se come lui avessi provato a uscirne avrebbero messo anche alle mie calcagna un killer e sapendo che genere di gente c’era, sarei stato morto in meno di un mese. Che schifo di situazione. Ero bloccato.

Stavo appostato da tutto il pomeriggio in macchina fuori da quel ristorante. Ero sicuro che il mio obbiettivo, un uomo alto, coi capelli castani, sulla quarantina, non si fosse accorto di essere pedinato da due settimane. Ormai conoscevo a memoria tutte le sue abitudini, sapevo a che ora usciva di casa al mattino e a che ora rientrava, sapevo a memoria i sui orari di lavoro e sapevo quante volte andava a pisciare e quante sigarette fumava al giorno.

Avevo studiato tutti questi elementi ed avevo deciso che quella sarebbe stata la sera buona per portare a termine la mia missione. Mi sarei nascosto nel bagno del ristorante e avrei atteso il momento opportuno. Poi un colpo di pistola, col silenziatore, e sarei uscito come se niente fosse. All’aeroporto un volo mi avrebbe fatto sparire poche ore dopo, avevo il biglietto in tasca.

Come avevo previsto l’obbiettivo arrivò al lavoro in orario. Attesi pazientemente qualche ora e alle ventidue precise, entrai. Mi sedetti al bancone del bar per mettere in atto la prima parte del mio piano. Ordinai una birra e la bevetti impugnando il boccale con la mano destra. L’altra mano la tenevo in tasca. In tasca avevo una boccetta di apomorfina.

Attesi che sullo sgabello accanto al mio si sedesse qualcuno adatto al ruolo. Poco dopo arrivò un grassone che faceva al caso mio e decisi che sarebbe stato lui il mio ignaro complice.

Mi offrii con poca gentilezza di pagargli da bere in cambio di qualche minuto di compagnia. Come pensavo il lardoso era solo come un cane e accettò di buon grado la mia proposta. Chiacchierammo pochi minuti di cose del tutto irrilevanti, poi con uno spostamento brusco della mano feci cadere le chiavi dal bancone. Altrettanto velocemente estrassi la boccetta dalla tasca e ne versai l’intero contenuto nella birra del mio malcapitato interlocutore, non appena questo si fu chinato a raccogliermi gentilmente le chiavi. A quel punto la miccia era accesa. Dovetti solo accertarmi che vuotasse il bicchiere. Quando questo avvenne lo ringraziai, lo salutai e mi diressi verso il bagno.

Ora dovevo solo attendere.

Entrai in uno dei tre cessi che c’erano nel bagno del ristorante, chiudendo la porta alle mie spalle. Poi passai nel piccolo spazio che c’era tra il soffitto e il muro di separazione, entrando nel secondo cesso e chiudendo anche quella porta. Mancava solo il terzo cesso, dentro al quale avrei dovuto attendere l’arrivo del grassone che trovando le porte sprangate avrebbe di sicuro vomitato in giro, sporcando dappertutto. A quel punto qualcun altro dei clienti, se non il grassone stesso, avrebbero fatto arrivare l’inserviente a pulire. Il mio obbiettivo.

Io non avrei dovuto fare altro che sparare e uscire.

Prima che questo piano geniale si concretizzasse, però, accadde l’imprevisto. Dovevo aver calcolato male le distanze, la forza del salto,  non so che altro, ma di certo ebbi una buona dose di sfortuna. Infatti saltai diritto al centro del casso, troppo avanti rispetto ai miei calcoli. Il piede destro mi scivolò in avanti e non so con quale inclinazione strana o per la troppa accelerazione data dal mio peso, andò ad infilarsi per intero dentro al buco passando oltre l’ansa del tubo in non so quale modo strano per il quale non riuscivo più ad estrarlo e sospettavo addirittura che fosse rotto, tanto era il dolore che provavo. Il mio addestramento però era stato buono e quindi rimasi in silenzio perfetto, sopportando impassibile.

Da quella scomoda posizione tutto quello che potevo fare era ascoltare in silenzio quello che accadeva. Udii perciò aprirsi la porta e quello che doveva essere il ciccione, entrare e cercare di aprire la porte compresa quella dietro alla quale stavo soffrendo io. Sentii le sue imprecazioni quando le trovò tutte chiuse e le sue suppliche rivolte agli occupanti, di aprirgli perché si trattava di un’emergenza e ancora altre imprecazioni quando non ottenne risposta. Tutto questo prima che esplodesse in conati mostruosi e dopo quello, oltre al rumore, mi arrivò anche l’odore nauseante di vomito di grassone.

Dopo questo primo attacco ne sarebbero seguiti altri, ma non era più di alcun interesse, poiché l’obeso alla prima tregua apparente, pensò bene di andarsene a vomitare per strada o in ogni caso lontano da lì.

Seguì quindi un breve periodo di silenzio, durante il quale io tentai invano di liberarmi dalla mia tagliola, facendo anche sforzi notevoli per non vomitare a mia volta per l’odore e il dolore.

Il primo cliente desideroso di servirsi del bagno, come da copione, avvertì il servizio che a sua volta inviò celermente l’inserviente per pulire. Ascoltai i loro dialoghi concitati mentre meditavo sul da farsi. La mia vittima sarebbe entrata di lì a poco e non potevo certo far finta di niente. Mi trovavo dietro ad una porta chiusa dall’interno e di certo prima o dopo qualcuno avrebbe provato ad aprirla. Non ebbi il tempo di riflettere con calma, perché il rumore mi fece rendere conto che il mio obbiettivo si trovava già dall’altra parte della porta, quasi a spiare i miei pensieri.

Certo avrei potuto fare finta di essere un cliente qualunque a cui era accaduto un ilare incidente, ma poi mi sarebbe stato chiesto delle altre porte chiuse e del fatto che non avessi chiesto aiuto prima. Di sicuro l’inserviente si sarebbe insospettito perché di certo aveva avuto il mio stesso addestramento e avrebbe mangiato la foglia all’istante. Queste considerazioni appena ebbi il tempo di fare. Agii d’impulso pensando di non avere alternativa.

Non avevo valutato le conseguenze negative del mio agire, ma come per altre occasioni, mi vennero fatte notare quasi immediatamente come una specie di lezione.

Estrassi la pistola dalla fondina, girai lentamente il chiavistello compiaciuto di non essermi fatto sentire fino a quel momento. L’inserviente era voltato dall’altra parte dandomi le spalle e dalla porta sembrava non dovesse entrare nessun altro. Tutto sommato poteva andarmi peggio.

Con una mossa lesta spalancai la porta pronto a sparare. Ma quando i sui occhi, riflessi allo specchio, si incontrarono coi miei, pensai che prima di farlo fuori avrei potuto chiedergli un apio di cose.

“Non ti muovere” gridai.

Lui in silenzio alzò le mani e si voltò lentamente. Lo tenevo sotto tiro anche se il mi corpo era flesso in una torsione innaturale che mi faceva soffrire non poco. Non ci mise molto ad accorgersi della mia situazione, perché il suo sguardo intenso di rassegnazione si tramutò velocemente in uno di stupore quando i sui occhi si posarono sulla mia gamba destra immersa per un terzo della lunghezza nel cesso.

Trattenne a stento una risata e abbassò le mani.

“Che cazzo fai? – gridai – non ti muovere o sparo!”

“Ah si? E poi come pensi di scappare?” replicò.

Rimasi interdetto e desiderai sprofondare del tutto in quello sporco buco. Aveva perfettamente ragione, non sarei riuscito a fuggire.

“Una volta l’organizzazione aveva uomini migliori. Pensavo di valere qualcosa in più di un demente come te…”

Non avevo la forza di dire nulla, nemmeno di fargli la domande che avrei voluto. Abbassai la pistola. Sarebbe stato meglio se gli avessi sparato subito, senza aspettare e dargli il tempo di prendersi gioco di me.

Continuò: “Avanti sparami. Nel giro di cinque minuti la polizia sarà qui e finirai in galera per il resto dei tuoi giorni, sempre che riescano a toglierti da quel buco. Dubito che tu possa riuscire a liberarti prima che arrivino, visto che non l’hai fatto fin ora. Comunque un po’ ti invidio, vorrei essere io al tuo posto. Almeno in galera sarei al riparo dall’organizzazione, forse…”

Incredibile. Una risposta senza che la domanda fosse stata formulata. Che fosse vero? Che in prigione potessi essere al sicuro? Non ne ero così convinto, ma avevo forse altre possibilità? Dopotutto mi avrebbero preso mentre portavo a termine con successo la missione affidatami. Sarei stato solo un fesso, ma non un traditore per l’organizzazione. Questa strada sembrava davvero una soluzione desiderabile. Per uno del mio stampo la galera non poteva essere poi tanto male.

“Perché non spari?...Cosa aspetti?...”

Mi esortava la mia vittima, che nella mia mente già somigliava più ad un salvatore. Stavo preparandomi a premere il grilletto, quando mi scosse un dubbio al quale dovevo trovare risposta prima di farla finita.

“Perché non scappi? Perché semplicemente non esci da quella porta e te ne vai lontano?” Chiesi.

La risposta che ottenni era quella che sospettavo.

“Perché voglio che mi uccidi. Preferisco farla finita ora piuttosto che fuggire per il resto della mia vita. Vi ho sottovalutato, mi avete trovato prima ancora che mi rendessi conto di essere seguito. Appena metteranno sulle mie tracce uno un po’ più sveglio di te, sarò morto in meno di un mese…”

Era proprio come pensavo. Quello sparo rappresentava per entrambi una via d’uscita, una strada preferibile a quella attuale. Uno spiraglio di luce in quella grigia, monotona città.

Lo guardai negli occhi, lui sorrise.

Tirai il grilletto.

Cadde all’indietro.

Mi sedetti senza fare caso al dolore e aspettai.